ARAGON LA SUA TERRA? PERCHÈ ALTROVE?

Ad Aragon si sapeva. Perché altrove?
Marc Marquez è obiettivamente devastante ovunque, ma nei circuiti che ama è a tratti mistico.
Non capisci se nello stravincere si trattenga. Pare trovi il suo naturale equilibrio nel limite, mentre il limite per gli altri è incertezza, inutile rischio. Diggia lo ha persino ammesso: per ottenere i risultati di Marc devi rischiare troppo. Ma Marc rischia? Oggi ha rischiato? No. Lui pare soffrire il contenersi, come se questo spirito conservativo lo decentrasse. Pare stia migliorando anche in questo. Non mi stancherò mai di ripeterlo: era finito, era vecchio.
Si parla di monopolio Ducati, ma osserviamo la storia. Senza Marc, Honda era ferma al 2011; senza Marc, la GP23 nel 2024 era un flop (con lui è arrivata terza con due ufficiali dietro); senza Marc, la GP25 sarebbe dietro anche quest’anno, dietro la ’24. Insomma, Marc è il valore aggiunto che Dall’Igna ha scoperto. Diciamo che si trattava di una piccola scoperta, perché solo un fazioso poteva screditarlo. E mentre scrive pagine indelebili di vero dominio, le telecronache urlano per prestazioni nella norma.
L’obiettivo è gonfiare il più possibile la “normalità” di tanti, perché edificare la grandezza di uno valeva solo per uno. Invece, che piaccia o meno, i due Marquez si dilettano con quei uno-due devastanti, destabilizzanti. Non voglio screditare il talento altrui – tutti lo posseggono in top class – ma mi piacerebbe che si regalasse un po’ di verve anche per la straordinarietà di un talento raro, unico.
Vorrei concludere menzionando l’altro mondo delle corse, dove il talento sconfina nell’inimmaginabile: parlo dell’Isola di Man, patria del Tourist Trophy. Dunlop stabilisce record su record, su Ducati e Paton. Ha tinto di rosso quelle terre, il Toro. Sarebbe fantastico immaginare Marc, il migliore, gareggiare nelle road races, le corse delle corse. In questi giorni tutto è sembrato mistico.